lug 30 2010

Dettagli

Category: Rubrica Raccontimara @ 15:25

Dettagli



Li ho visti.
Da un angolo li osservavo.
Spogliarsi dalle timidezze, ritrosie.
e rivestirsi di emozioni. Di fuochi. E incendiarsi.
Lei ha girato le spalle all'angolo del bar.
E poi non ha avuto più timore.
E ci ha regalato goccia a goccia,
i suoi fiumi di intensità e delicatezza.
E abbiamo letto i tesori del suo cuore, dei suoi sensi,
ci ha fatto sentire "ti voglio bene" di chi gliene vuole.
Sto a guardare
questo nascere e crescere di entusiasmi
troppo stupita per poter rispondere
partecipare è come togliere tempo
a me per leggerLi
a Loro per darci ancora
ogni giorno
sera
notte
un motivo in più
una marcia in più
un passo in più...
asi se baila el tango...
asi para vivir...

 

M. Laura 'La Práctica'

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lug 29 2010

ORECCHINI

Category: Rubrica Raccontimara @ 15:26

ORECCHINI

Ammiccano fra i capelli,

dondolano sulle note di un vals.
 
Anelli zingareschi,
 
intrecci di filigrana,
 
cose da pochi soldi e grande effetto
 
viola verdi arancio,
 
minuscoli e discreti per chi non vuole apparire,
 
magari uno solo, luminoso per due.
 
Stasera sono decisa.
 
Voglio quelli argento e rossi:
 
freddo splendore e passione,
 
insieme.

 


Gianna

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apr 12 2010

Sento vibrare le tue note

Category: Rubrica Raccontimara @ 15:44

Sento vibrare le tue note
Sento le Tue vibrazioni
Nel mio profondo,
fino quasi a farmi male.
Perché non riesco a perdermi
E ritrovarmi nel tuo movimento?
Lo sento, lo cerco,
Lo aspetto, lo rincorro,
Lo voglio su di me
Non so arrivare al centro del tuo cerchio,
non so farti restare
nel mio centro.
La mia brama è di imparare i tuoi linguaggi
Perché sento il vuoto
Di abbracci mancati.
Prendimi con te,
fammi danzare il cuore,
solo in questo modo
riuscirò a seguirti,
intrecciando la mia passione
con la tua malinconia,
la tua solitudine
con il mio abbandono.
So che cosa sei.
Il tuo nome è

TANGO


M. Laura 'La Práctica'

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lug 27 2009

Milongueando en el 2009

Category: Rubrica Raccontiennio @ 05:50

1229tramonto01Eccomi di nuovo in macchina, diretta verso una milonga, emozionata e trepidante come se fosse la prima volta (ogni volta, per ragioni imperscrutabili, mi emoziono come se fosse la prima volta), in un incantevole crepuscolo estivo, mentre ascolto la delicata, antica melodia dei tanghi di Ciriaco Ortiz.

Lo so che parte dell’agitazione e della trepidazione è legata al fatto che non ho idea di dove sia la milonga, e oramai siamo rimasti solo io e il mio ballerino gli unici al mondo a non avere il navigatore, per cui mi rimane sempre il dubbio (fondato!) di perdermi nelle campagne padane.

Oh! sono previdente, parto con largo anticipo: l’esperienza mi insegna che riesco a perdermi nelle rotonde all’uscita dai caselli, perché invariabilmente prendo l’uscita sbagliata e mi infilo in tangenziali senza ritorno (ma a questi che stanno disseminando la pianura padana di rotonde tangenziali e autostrade, non gli può venire in mente che qualcuno potrebbe sbagliarsi e che gli andrebbe data l’opportunità di tornare indietro prima di aver percorso un centinaio di km e perso l’orientamento?).

Oh! anche il mio ballerino è previdente: l’esperienza gli insegna che tendo a perdermi in un bicchier d’acqua, per cui mi dà appuntamento ad un distributore di facile individuazione (anche perché ci siamo già incontrati lì altre volte!); ma oltre che previdente è anche un po’ distratto, e mi scrive”ci vediamo al distributore IP alle 9.30”; ma quando arrivo, il distributore è “Esso” e io vado nel panico, vedo sgretolarsi le mie certezze, comincio a pensare freneticamente “ho sbagliato via? ho sbagliato paese?” e, invariabilmente, come tutte le volte che dobbiamo trovarci, lo chiamo per confessargli che mi sono persa, o che mi sono sbagliata, o che ho capito male…. ma certamente sarò in breve in grado di raggiungerlo.

Eppure, per una volta, non ho sbagliato, sono nel posto giusto al momento giusto (detto così sembrerebbe una predestinazione, ma di fatto è solo un appuntamento!) e lui arriva ridendo; non lo dice, ma so perché ride: ogni volta, non è un semplice appuntamento, è un’incognita, un’avventura, una sliding door!

Partiamo, ognuno con la propria macchina, e arriviamo, poco più in là, in posto delizioso, una terrazza sotto le stelle, aperta su una campagna antica, ombreggiata da faggi (in verità non sono sicura che fossero faggi, ma mi piace pensarlo, e in ogni caso erano piante bellissime), e addolcita dal fiume.

malenacantaeltangord0 La serata è incantevole: il cielo è terso, stellato, il clima dolcissimo; per la musica non ho dubbi, il musicalizador è uno dei miei preferiti; ora sta a noi darle un senso, renderla perfetta col nostro tango.

Si inizia finalmente a ballare con una tanda di guardia vieja, e tu, che mi stai seduto di fronte, mi fai, anzi, mi accenni un cabeceo; dio! come adoro questi riti, questo chiedere come se fosse possibile una risposta diversa da un “sì” (anzi, ora che ci penso, la prossima volta, tanto per il gusto di disorientarti, ti rispondo “no”, ma solo per dirti “sì” subito dopo!!!); e così ci alziamo, ci facciamo largo tra la gente e arriviamo sulla pista, fra le altre coppie che già stanno ballando; e lì, in piedi uno di fronte all’altro, senza guardarci, ma consapevoli del reciproco respiro, inizia la magia: lentamente mi prendi la mano, che io docilmente appoggio nel tuo palmo, lentamente con l’altro braccio mi avvolgi la vita, facendo contemporaneamente scivolare il mio braccio intorno alle tue spalle, e quindi , come fossimo strumenti musicali, accordiamo il respiro: è un momento senza tempo, sei tu che imponi il ritmo, è in quel momento che mi metto in ascolto di te, la musica è un sottofondo lontano, ora sono solo accordata su di te, sulle tue note, respiro con te e aspetto che tu dia inizio al nostro tango (che fra parentesi inizia sempre in modo diverso, inusuale, inaspettato); a volte penso che potremmo restarcene lì così, immobili, intensi, per tutta la durata del tango, e anche solo così, avremmo ballato!

Ma per essere più convenzionali, alla fine iniziamo a muoverci in mezzo alle altre coppie come se ci fossimo solo noi e nessun altro (per la verità questa è una sensazione tutta mia, magari la prossima volta ti chiedo se anche tu senti la stessa cosa) non perché ci muoviamo come dei bisonti travolgendo tutto e tutti, ma perché balliamo senza curarci di chi ci può osservare, e interpretiamo e sperimentiamo e ridiamo come se davvero non ci fosse nient’altro oltre a noi due e la musica.

Stiamo talmente bene che non ci fermiamo un istante (giusto per le cortine, ma con un filo di rammarico), balliamo tutto,tanghi, vals, milonghe, Biagi, Canaro, Rodriguez, Pugliese: tu ti giustifichi dicendo che non sai ballare los anos (o gnagnos?) 40-50 e io penso che nessuno mi ha fatto mai ballare così bene “A Evaristo Carriego”; forse devo avertelo anche detto, ma in caso, te lo dico la prossima volta (ma quante cose devo dire e fare la prossima volta?).

peppi E così tango dopo tango, volteggiamo su questa terrazza estiva, io che a volte ho la sensazione di toccare appena il terreno, tu che via via alleggerisci sempre più la mano, che alla fine mi sfiora appena la schiena (ahimè) sudata, io che scorro nel tuo abrazo, tu che mi guidi appena, con piccoli cenni delle spalle, impercettibili cambi di peso, a volte quasi con il solo pensiero, io che rispondo come uno strumento fra le dita del musicista, docile (non sempre, a volte imbizzarrisco e ti brucio un incrocio!!!), leggera, in sintonia, quando….

Non so se mi sono distratta ascoltando la musica, non so se ti sei distratto ascoltando la musica (o guardando le donne bellissime intorno!), ma non mi arriva il segnale, non ti sento, ti ho perso!

Non so che fare, mi sento perduta, e allora, mentre ci stiamo librando come libellule, volteggiando in giri di cui mi ostino a tenere il conto dei gradi, mi blocco, come faccio di solito sull’ultima nota del tango, mi pietrifico, mi ancoro al pavimento, mi zavorro, divento granitica, mi si stampa in fronte “Mara for ever”, mentre tu cerchi, con gesti e sforzi inusitati resi un po’ confusi e necessari dal mio inamovibile, improvviso e assolutamente autonomo bloqueo, di schiodarmi dal pavimento; e invece io me ne resto lì, immobile, con gli occhi bassi, senza il coraggio di alzarli per incontrare i tuoi: ho rotto la magia! Ma non posso restare lì, e soprattutto tenerti lì per sempre, e alla fine alzo lo sguardo di sottecchi per spiare la tua espressione e tu sei lì, che mi guardi un po’ di sbieco, con l’angolo della bocca piegato in un sorriso divertito, e alla fine, ridendo, mi dici “peso specifico altissimo!!!” come a dire “come è possibile che una creatura tanto piccola e tutto sommato minuta, possa pesare così tanto?!”.

E allora una risata senza riserve mi sale dal cuore e riprendiamo a ballare ridendo e respirando e cantando insieme (e così mi viene in mente quando mi hai chiesto come sia possibile che dei testi e delle musiche tanto tristi possano rendere la gente tanto felice, visto che in milonga di solito la gente è felice).

Non ci siamo mai fermati, abbiamo continuato a ballare finchè praticamente ci hanno cacciato; quello che non sai è che avrei continuato a ballare per le scale, per la strada, e che comunque, per quel che ho potuto, ho continuato a ballare in macchina fino a casa, sull’antica, delicata melodia dei tanghi di Ciriaco Ortiz (ma tanto, anche questo, te lo dirò la prossima volta!).

Gabriella 'La Pepita'

 

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lug 11 2009

…….androni.

Category: Rubrica Raccontiennio @ 03:03

 

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA  Nell’androne antico di un cortile ci siamo toccati. Foglie d'edera e muschio tra le pietre del muro a secco.  Ricordi?, voci attutite arrivavano dalle finestre. Sapori di cene appena preparate si mescolavano ai suoni della sera e lì, frapposto a parole miste ci raggiungeva un Tango. Ricordi?, ci bastava questo per muoverci di quelle note, di quella cosa che non era amore ma era voglia. E così, nascosti dalle ombre dell’androne ci siamo suggeriti impercettibili passi di Tango. Tango lento, nascosto, tradito ogni tanto dal rumore dei miei tacchi sulle pietre irregolari.

Avrei voluto fermarti. Avrei voluto dirti che sapevo del tuo cuore altrove.

Il mio era altrove.

Dirti che le nostre circostanze non erano importanti: l’importante era quello che di noi ci restava sulle mani e per questo avremmo potuto restare ancora un poco senza piangere il rimorso. Senza barare sulle nostre vite. In fin dei conti non eravamo altro che respiri rubati, animali che mordono e leccano, che sanno fare male. Gente che si sa abbandonare.

Ma tu ti muovevi e la mia bocca non pensava a parlare. Ti lasciavo fare, ancora un po’, solo un altro pezzettino, e accarezzavo le tue gambe sentendo spazi riempirsi e vuotarsi di te. Ascoltavo parole pericolose risuonare leggere mentre frugavi tra il nascosto dei fiori sul mio vestito. Ti lasciavo fare, ancora un po’, un pezzettino.

Seguivi rimasugli di Tango e dalla tasca della tua giacca ti tradiva, innocente assassino, il biglietto di un treno.

Seguivo rimasugli di Tango e resistevo vedendoti di spalle uscire dal portone.

Nello specchio brunito dell’ascensore contai i centimetri del mio rammarico. Entrai in casa. Scivolai contro la porta sedendomi quasi atterra. Chiusi gli occhi e scandii gli ultimi istanti della tua mancanza. Piansi una lacrima. Leccai una goccia.

Quella sera, sul movimento dell’abitudine preparai la cena per il mio amore: cucinavo e giocavo a mettere i piedi scalzi al centro di ogni piastrella. Non pensavo. Cercavo di non pensare. In fondo, mi dissi, eri solo un impercettibile Tango.

In certi giorni, di nuvole e sole, l’aria, passando dall’androne gioca con il leggero del mio vestito e io mi metto ferma, per quel momento resto ferma.

 

Sandra, L’Encendida

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giu 14 2009

Basta milonga

Category: Rubrica Raccontiennio @ 05:20

No, non ci riesco ad andare in Milonga, almeno per un po’. sssss

Lo dice e s’accende una sigaretta.

Quattro sere a settimana sono troppe e mi sono rotto. Troppo tempo rubato al sonno, troppo regalato al sogno tanguero.

Che cazzate che dico, eh?

Comunque ci si stufa ad un certo punto. Ci si stufa per un sacco di motivi.

E poi si cambia. Io sono cambiato. Non ne ho più voglia. Ho voglia d’altro.

Mi sono scocciato dei soliti locali, delle solite storie. Ci si scoccia anche del Tango. Delle solite menate. Delle solite rivalità, che poi, detto francamente, non te ne frega niente. Arrivi al culmine, a quel livello e poi… Poi studi, spendi energie, denaro, incazzature varie perché non balli come vorresti e allora vai. Vai a lezioni a tradimento. Giù tempo, illuso di brutto, sprecato di brutto, tanto rimani uguale, tanto non cambi e non sai neanche perché. Non c’arrivi a capire perché nonostante un certo impegno i tuoi piedi ballano sempre uguali. Impermeabili e sordi a qualsiasi tecnica che il tuo cervello ha assimilato e vorrebbe trasmettergli. I piedi non sono più collegati al tuo cervello. Oltre che rabbia ti fanno pure senso nella loro incomprensibile indipendenza. I piedi.

E le facce?

Vuoi parlare delle facce tanguere?

Di quelli che sempre, sempre incontri?

Qualsiasi Milonga, quella che è un buco e anche quella in culo al mondo che penseresti d’incontrarci solo gente mai vista. No, ecco, sbagliato: loro ci sono. Anzi, loro erano già lì che ti aspettavano, che se non arrivavi da solo t’avrebbero chiamato.

Così, succede così: credimi.

Le donne, i locali, tutto, in questi sette anni si è fatto uguale.

Mi sono reso conto che l’abitudine è talmente insediata da essersi incancrenita piuttosto che radicata.

Io resto zitto, lo guardo e lo lascio parlare. Un monologo tanguero, monotematico nel discorrere come nell’immaginare: sempre e solo tangare. Ma ora, come se anche per questo esistesse un capolinea, si è fermato. Si è reso conto e… Basta tango, basta Milonga… almeno per un po’. Mi dice così e sembra convinto.

Disintossicazione. Riprende. Stacco radicale. Mi dice. Serve in certi momenti. Serve lasciar decantare. Dopo qualche tempo che non balli sembra di ballare meglio. Stacco anche per questo. Per vedere cosa mi resta nei piedi, se poi ballerò meglio.

Fa una smorfia, un distorcere di labbra che suggerisce delusione e non capisco se l’espressione gli si è cambiata per la quarta vodka lemon che butta giù o per qualcos’altro. I suoi movimenti lasciati andare, quello starsene lì appoggiato a parlare, quello sguardo spento. E’ perso, perso e triste.

Sai cosa ho fatto?

L’altra sera stavo impiantato là fuori, davanti alle finestre della scuola.

Sai quella dove andavo a lezione?

Proprio non ci riuscivo a scansarmi da lì.

Non c’ero riuscito a non andarci, a non parcheggiare l’auto quel tanto lontano per non essere visto e quel tanto vicino per riuscire a guardare dentro.

Sembravo Tom Ponzi, quello che fa l’investigatore privato, e mi sentivo l’uomo più cretino del mondo. In macchina, a fari spenti e sigaretta accesa: spettacolo serale. Sì, lo so, come un coglione davanti ad una bella prima visione del cazzo: Lui e Lei a ballare, a provare, a ridere. A ridere come dei cretini, a ganasce aperte.

Cosa ci sarà stato tanto da ridere?

Cosa avranno avuto da ridere?

Sono rimasto lì a farmi devastare le palle, a guardare quello che mai avrei voluto vedere. Come quando t’attacchi alla corrente e ti fulmini senza riuscire a staccarti. Ecco, ero così.

Immagina: io sono lì, guardo quella coppia fra le altre che prova, ripetono i passi, s’abbracciano, ridono… E non riesco a staccarmi da quella cosa, dalle gambe di Lei. Non riesco a non pensare che solo un mese fa quelle gambe ballavano tra le mie, che solo un mese fa s’allargavano per farmi salire su, verso il morbido.

E poi, guarda, voglio arrivare fino in fondo, voglio dirti quanto sono cretino io: quando Lei rideva, lì con lui. Quando gli rideva sulla bocca con la sua bocca, a me non veniva d’abbassare lo sguardo, di girare i tacchi e volare via, no, a me veniva in mente il suo sapore. Quel sapore che tenevo sulla lingua, tra i denti. No, io non pensavo d’andarmene, di staccarmi dalla corrente, di non farmi devastare. No, io pensavo al suo sapore, al suo caldo addosso. Pensavo a come facevo il cane da trifola quando arrivavo a casa e mi cercavo il suo profumo sulle braccia, sulle mani.

Non era solo tango tra me e lei.

Non era solo Tango lì davanti alla scuola a guardare, a godermi quel bel magone da groppo in gola che prima poi passa, lo so, ma intanto ti viene da chiederti: Cosa cazzo faccio nel frattempo che passa?

Cosa fai?, vai a ballare e te la trovi davanti?, magari con il cretino incollato alla sottana che la tiene troppo stretta?, quello lì che lo sa perfettamente chi sono e magari, tanto per compiere l’opera, mi viene a ballare sul centimetro di pista che ho davanti. Cosa faresti tu chiedendoti: Ma non gliel’avranno insegnato che una donna non va tenuta stretta. Va tenuta e basta. Cosa dovrei fare io?, dimmelo!, guardarli e fare finta di niente? Trattenere la voglia d’andargli dietro e tirargli un calcio nel culo?, così, una tacca e via, una a tutt’e due.

Gli sorrido.

Sorride anche lui e fa cenno di no con la testa: No, non si può fare. Non ci riesco ad andare in Milonga.

Ordina una Vodka e siamo alla quinta.

Si siede: il sacco è vuoto, ora può alleggerire le gambe.

Mi siedo con lui.

Questa sera niente Tango, restiamo qui dalla Rita, mandano la partita tra mezz’ora.

 

Sandra, L'Encendida

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